LA RINATURALIZZAZIONE DEL PENSIERO PRIMA DEL SUOLO

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suolofertile
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LA RINATURALIZZAZIONE DEL PENSIERO PRIMA DEL SUOLO

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DA RINATURALIZZARE IL PENSIERO PRIMA DEL SUOLO


Nel territorio veneto la “distonia” fra propositi enunciati e la loro declinazione legislativa e amministrativa tocca un nuovo apice con la “Legge per la riqualificazione urbana e l’incentivazione alla rinaturalizzazione”. Dopo 10 anni di applicazione del Piano Casa, costruttori, immobiliaristi e “mercificatori del suolo” hanno raggiunto il loro obiettivo: stabilizzare gli incrementi volumetrici e di superficie previsti dai vari piani casa e attribuire al mercato immobiliare il ruolo di decidere, dietro il paravento legislativo di slogan bugiardi, quale e quanto suolo si potrà ancora consumare nelle nostre città e nei nostri paesi. Come la legge “sull’incontinenza nel consumo di suolo” anche il “Piano Casa quater” propone, nelle premesse della legge, fantastiche e propagandistiche enunciazioni di principio e in dosi sufficienti a carpire il plauso di commentatori, cittadini veneti e professionisti distratti. In Veneto, dopo il miracolo economico del Nord Est, attraverso l’applicazione della “legge per la riqualificazione urbana” si sta per realizzare un secondo miracolo: la “rinaturalizzazione del suolo cementificato”. Ovviamente, speriamo, con fede smisurata, nel miracolo, visto che la scienza ci dice che un suolo di 1 metro di profondità impiega 20.000 anni per formarsi. Ma in questa legge c’è un altro coniglio che esce dal cilindro del mago Zaia (nella legge per “l’incontinenza nel consumo di suolo” era la “deroga”) si chiama “credito edilizio” e va a braccetto con la miracolosa “rinaturalizzazione del suolo”. In questa abituale bizzarra metamorfosi lessicale, che caratterizza le strategie di comunicazione e il marketing politico di Zaia e sempre all’interno di questa legge trova posto il terzo elemento di questa trilogia lessicale ambigua e semplificatoria: “manufatti incongrui”.
Il procedimento dettato al legislatore da immobiliaristi e costruttori (sono gli stessi suggeritori della “legge sull’incontinenza nel consumo di suolo”) è il seguente: demolisco un manufatto “incongruo”(??), “rinaturalizzo”(??), acquisisco un “credito edilizio” del 100% (il raddoppio della superficie da rinaturalizzare) in uno “spazio verde” all’interno dell’ambito di urbanizzazione consolidata. La colpevole distonia di una classe politica indegna, incurante dell’emergenza climatica planetaria, dei livelli altissimi di cementificazione, inquinamento e infrastrutturazione del Veneto, si manifesta ancora una volta in tutta la sua arroganza in spregio delle condizioni in cui versa l’ambiente urbano ed extra-urbano veneto. Così, i “debiti edilizi”, contratti in decenni da cementificatori e amministratori locali di ogni colore politico nei confronti delle comunità e delle future generazioni, diventano “crediti edilizi” da spendere nei residui “spazi di verde liberi interclusi” fra il già costruito sfuggiti alla rendita fondiaria e con il “premio”, per chi demolisce il “manufatto incongruo”, di vedersi raddoppiata la capacità edificatoria sui fazzoletti di terra sopravvissuti in Veneto ad uno “sprawl urbano” di dimensioni anti-ecologiche devastanti. Tutto quello che prevede questa legge non è un semplice problema di “governo del territorio”: diventa una “questione ambientale”. I rapporti annuali dell’Ispra e i “cambiamenti climatici” in atto evidenziano la necessità biologica, fisica e chimica dei “servizi ecosistemici” erogati dalle aree verdi urbane in cui la “componente arborea” sia predominante e ciò perché sostengono l’integrità ecologica della città e proteggono la salute pubblica dei cittadini, filtrando l’aria, rimuovendo l’inquinamento, riducendo l’escursione termica, favorendo l’infiltrazione graduale delle piogge. Ma è anche una “questione di democrazia”. Le comunità, assediate dagli effetti calamitosi dei cambiamenti climatici, dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento, dalle ondate di calore e da lunghi periodi di siccità, devono poter decidere le condizioni ambientali e climatiche in cui possono sperare di sopravvivere. Con questa legge se si demolisce un immobile incongruo(?) di 200 mq si potrà edificarne uno nuovo di 400 mq su suolo libero all’interno del tessuto urbano consolidato e chi tirerà le fila di questo processo sarà il “mercato immobiliare”. E sarà una logica “mercantile” che spossessa gli amministratori locali (spesso compiacenti) del loro potere di governare il territorio in nome dei bisogni della collettività . Gli esempi sono già sotto i nostri occhi nelle nostre città. A Dosson di Casier (TV) in una zona con grande richiesta abitativa una bifamiliare anni ’60 (tutto, fuorché incongrua) è stata demolita (assieme alla vegetazione del giardino) per far posto ad un condominio di 8 mini-appartamenti con garages seminterrati in zona a rischio allagamenti. Sempre a Dosson di Casier, nella stessa zona, una villetta anni ’70 (tutto, fuorché incongrua) è stata demolita e sono stati spazzati via centinaia di mq di verde con essenze arboree di valore per far posto ad un condominio con diversi appartamenti. La “logica urbanistica mercantile” è profondamente “antidemocratica” perché toglie, nell’epoca dei cambiamenti climatici, lo spazio decisionale alle comunità impegnate nello sforzo di garantire e creare in luoghi degradati le condizioni di vita accettabili, in termini di servizi, mobilità e qualità della vita. Tali condizioni di vita accettabili possono essere solo frutto di una pianificazione e programmazione delle comunità affinché possano riutilizzare, adeguatamente incentivate, immobili in disuso e non di un approccio consumistico del mercato che sfrutterà solo l’opportunità di fare soldi in una certa zona abitativa, considerata “appetibile” in un dato momento. Non può essere il mercato l’agente regolatore dei flussi demografici e abitativi. Nei paesini della Pedemontana trevigiana è in atto uno spopolamento biblico, attutito dall’immigrazione dei nuclei famigliari extracomunitari che consentono di tenere aperte alcune scuole, ma non impediscono l’abbandono e la chiusura continua di negozi, uffici postali, servizi. È sconcertante come si ignorino dati che condannano senza appello una classe politica indegna che tarda ancora a fare una legge che “arresti” il “consumo di suolo”: a livello nazionale 300.000 case in costruzione invendute (Sole 24h dicembre 2018), 7.000.000 di abitazioni non utilizzate. Nella sola provincia di Treviso uno studio della Confartigianato rileva 8076 abitazioni non utilizzate. Anziché la strada obbligata della “ristrutturazione” e della “riqualificazione del costruito” e del suo “adattamento funzionale” a garantire servizi, residenzialita’ e “qualità ecologica” dell’ambiente, con questa legge si asseconda la volubilità del mercato promettendo “premialita’” che comportano nuovo consumo di suolo” anche in comuni (tanti) con più del 35% di suolo consumato e su cui gravano maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici e gli effetti sanitari dell’inquinamento. Nell’indifferenza e nell’apatia, ormai nel DNA di molti veneti e dei loro rappresentanti politici, si continua a scaricare i costi ambientali sulle future generazioni.


Schiavon Dante, un angelo del suolo
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